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Salute mentale, il contributo dei familiari e del volontariato

  • Immagine del redattore: PGUxSP
    PGUxSP
  • 9 mag 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Errico Landi


È per me un onore e un'opportunità preziosa partecipare a questa giornata dedicata a un diritto fondamentale: il diritto alla salute. Desidero ringraziare gli organizzatori, chi mi ha invitato e tutte le persone qui presenti.

Oggi più che mai, in un momento storico in cui questo diritto sembra essere messo in discussione o progressivamente eroso, è fondamentale chiederci cosa sia cambiato e cosa stia cambiando. Ci troviamo di fronte a un sistema sanitario stanco, sfinito da emergenze continue e da risorse sempre più inadeguate, con un futuro che appare incerto e poco rassicurante.

Intervengo oggi con una duplice prospettiva: quella di familiare di una persona che necessita di supporto e quella di membro di un’associazione di volontariato attiva nell’ambito della salute mentale. Da questa posizione, posso affermare che la salute mentale non ha mai goduto di una piena attenzione né di adeguati investimenti, spesso relegata ai margini della medicina e considerata subalterna alla grande scienza biologica. Il modello medico-biologico continua a dominare, lasciando in secondo piano l’importanza dei rapporti umani e della relazione terapeutica, elementi essenziali per un reale percorso di cura.

Anche il mondo del volontariato e della partecipazione soffre di questa crisi. La pandemia ha scavato solchi profondi tra le persone, aumentando distanze e disagi, e il percorso di ricostruzione è ancora lungo. Le associazioni di salute mentale sono nate grazie all’impegno di familiari e operatori, ma gli utenti hanno sempre avuto difficoltà a essere protagonisti attivi. Negli ultimi vent’anni si è cercato di promuovere la partecipazione diretta delle persone con disagio psichico, affinché potessero rivendicare i propri diritti e autodeterminarsi. Oggi, però, assistiamo a un’involuzione: gli spazi e le occasioni di partecipazione si sono ridotti drasticamente, soprattutto dopo la pandemia.

La salute mentale, così come la salute in generale, si tutela nel territorio. Centralizzare gli interventi con la logica dell’ottimizzazione delle risorse significa, in realtà, ridurre le possibilità di accesso, limitare le occasioni di partecipazione e rendere ancora più difficile la costruzione di percorsi di autonomia.

Anche il mondo del volontariato si trova ad affrontare nuove difficoltà: la riforma del Terzo Settore ha imposto standard di trasparenza e buone pratiche, ma ha anche introdotto complessità burocratiche e gestionali che rischiano di soffocare l’iniziativa di molte realtà. Questo fenomeno colpisce in particolare le associazioni di salute mentale, che già faticano a coinvolgere volontari e attivare nuove energie. Come evidenziato da alcune realtà locali e nazionali (dal Centro Servizi Volontariato di Padova e Rovigo) molte associazioni stanno rinunciando a proseguire le loro attività a causa delle difficoltà nel gestire gli adempimenti burocratici introdotti con la riforma.

Passando ad alcune criticità concrete, sia a livello nazionale che regionale, vediamo che:

• I Centri di Salute Mentale spesso operano in condizioni strutturali inadeguate: edifici poco accoglienti, assenza di climatizzazione, spazi non idonei a un reale benessere per utenti e operatori.

• Le situazioni di crisi vengono affrontate solo se l’utente si presenta autonomamente al centro, senza un reale sistema di intervento tempestivo e proattivo.

• Mancano investimenti strutturati sulle aree dell’abitare, del lavoro e della socialità, diritti fondamentali per la cittadinanza attiva di chi vive un disagio psichico. Quando presenti, questi servizi sono spesso gestiti in un’ottica assistenzialistica e istituzionalizzante, senza una reale prospettiva di autonomia e integrazione.


Il modello che dobbiamo perseguire è quello bio-psico-sociale, come sottolinea anche l’Associazione Mondiale di Riabilitazione Psicosociale (WAPR). Questo approccio mira a migliorare la qualità della vita delle persone con problemi mentali e delle loro famiglie, attraverso la diffusione di approcci integrati che valorizzino gli aspetti positivi delle persone.

È necessario un approccio fondato sul "fareassieme", come ci ricorda il movimento "Le Parole Ritrovate". Questo movimento promuove la collaborazione tra utenti, familiari, operatori e cittadini, valorizzando l’esperienza di ciascuno e costruendo percorsi di salute mentale condivisi.

In collaborazione con la Regione e con diversi servizi sanitari, abbiamo avviato lo scorso anno un percorso di formazione per riportare al centro la relazione e la condivisione nel processo di cura. È fondamentale che questi percorsi abbiano continuità e che si rafforzino, perché c’è un grande bisogno di ripensare la salute mentale in modo più umano e partecipativo.

Troppi Centri parlano di autonomia, di recovery, di qualità della vita, ma nella pratica adottano modelli incoerenti con questi principi. La recovery non è uno slogan: significa credere nelle capacità delle persone, riconoscere il loro sapere esperienziale, dare loro responsabilità e fiducia. Come afferma il dott. Renzo De Stefani, psichiatra e promotore del movimento "Le Parole Ritrovate", "occorre ribadire il 'diritto alla fiducia e alla speranza'. Senza fiducia e speranza pretendere di curare la malattia mentale è come guidare di notte a fari spenti e pensare di arrivare sani e salvi alla meta" .

Viviamo un momento difficile in cui sembra che ci siamo disabituati e disamorati verso gli altri e verso la relazione umana. Eppure, la salute mentale si fonda proprio sulla capacità di costruire relazioni di fiducia e di ascolto reciproco.

Abbiamo bisogno di ripensare il sistema sanitario in modo che sia realmente inclusivo, accessibile e umano. Dobbiamo ridare valore ai territori, alle comunità, alle persone. La sanità pubblica non può essere trattata come un’azienda, né la salute come un bene di consumo: sono diritti fondamentali, da difendere con forza.

Se vogliamo un futuro in cui il diritto alla salute sia davvero garantito per tutti, dobbiamo avere il coraggio di chiedere di più: più risorse, più umanità, più partecipazione. Solo così potremo costruire un sistema sanitario capace di prendersi realmente cura delle persone, non solo delle loro malattie.

Grazie.


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