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L'assistenza territoriale

  • Immagine del redattore: PGUxSP
    PGUxSP
  • 6 giu 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Maria Donata Giaimo


Gli Umbri, secondo l’ultimo censimento ISTAT, al 1 gennaio 2024 erano 853.000. Di costoro poco più di ¼ (220.000 individui circa) avevano più di 64 anni:  ci troviamo infatti di fronte a quella che viene definita come una  irreversibile transizione demografica, dovuta al costante invecchiamento della popolazione che si associa alla bassa natalità. Tutto questo si associa ad un profondo cambiamento del quadro epidemiologico, caratterizzato dall’incremento progressivo (si stima che sia pari al 5-10% ogni 10 anni) delle cosiddette patologie croniche-degenerative, come le malattie cardiovascolari, i tumori, il diabete o le malattie neurodegenerative.

     Tra gli umbri che hanno più di 64 anni il 20% circa è affetto da  diabete mellito,  mentre secondo il sistema di sorveglianza Passi d’argento, nel biennio 2022-2023  almeno il 63% era affetto da una patologia cronica, come l’ipertensione arteriosa o lo scompenso cardiaco cronico, neoplasie o ischemia cerebrale o malattie croniche del fegato. Sempre secondo Passi d’argento, il 28,8 % è affetto da più di una patologia cronica. Infine il 14 % risulta fragile, in quanto in condizione di disabilità.  In altri termini il vivere più a lungo aumenta la probabilità di contrarre una o più patologie croniche, con il rischio di essere trascinati, mano a mano che ci si invecchia, in una condizione di “fragilità”. Ciò è tanto più vero quando queste condizioni cliniche si associano ad una condizione sociale difficile (per ragioni economiche o per solitudine o per crisi abitativa etc).

       Perché questo mutamento del quadro epidemiologico finisce per aggravare le condizioni della sanità pubblica? Perché determina un parallelo, costante incremento del consumo di risorse umane, strumentali, farmacologiche per quanto riguarda la assistenza sanitaria, con conseguente incremento della spesa, che rischia di diventare insostenibile.

       Tutto ciò rende assolutamente necessario  modificare l’approccio dei trattamenti di cura, cioè deve essere completamente ripensato il sistema dell’offerta, sia per quanto riguarda le strutture, che per quanto attiene al funzionamento dei servizi sanitari territoriali.

E’ necessario un vero e proprio cambio di paradigma: non può più essere rimandato il passare dall’assistenza erogata in attesa, al   gestire di iniziativa i bisogni assistenziali complessi.  Per questo, se pure sono importanti i segnali fin qui dati, come lo sforzo  messo in campo per aggredire il problema delle liste d’attesa, anche attraverso gli accordi che sono stati firmati tra le Aziende Ospedaliere di Terni e di  Perugia e le rispettive USL,  quello che ci aspettiamo è la messa in campo di nuovo modello di approccio alle malattie, che superi quello definito “reattivo”, fondato appunto sull’attesa e la eventuale risposta all’evento acuto,  per passare a quello “di iniziativa”, che prevede la presa in carico del cittadino con i suoi bisogni  di salute, lungo percorsi diagnostico-terapeutici condivisi e conosciuti e contestualmente tenga conto  della comunità che lo circonda, a tutto tondo, dai familiari ai caregivers attraverso una forte integrazione con i servizi sociali.     

In Umbria non partiamo da zero: al contrario la rete storica dei centri di salute ha sostenuto per anni in modo  efficace il sistema delle cure primarie, ma dopo la pandemia da SARS CoV 2 i servizi territoriali sono andati progressivamente depauperandosi e in questi mesi sembrano addirittura usciti dall’immaginario dei programmatori.

In realtà non si tratta solo di acquisire personale, anche se vi è un bisogno allarmante di infermieri e medici, né tanto meno di costruire le Case della Comunità previste dal DM 77/2022 o gli ospedali di Comunità.

      Si tratta, al contrario, vale la pena  ribadirlo ancora una volta, di riprogettare l’intero sistema della sanità territoriale che deve finalmente diventare di iniziativa: per fare ciò c’è bisogno di stringere una vera e propria alleanza con la Medicina Generale innanzitutto, ma anche con gli specialisti ambulatoriali nonché con gli infermieri e i medici delle cure primarie.

Perché ormai la letteratura scientifica ha dimostrato che un sistema delle cure primarie che funziona, ovvero in grado di prendersi cura fin dall’inizio di quel 20% circa della popolazione affetta da una o più patologie croniche, è associato a:

-          un miglioramento degli outcome in termini di mortalità generale per malattie cardiovascolari e respiratorie

-          una diminuzione del livello di inappropriatezza delle cure secondarie

-          una conseguente riduzione della spesa sanitaria complessiva

-          una maggiore soddisfazione del paziente

-          e infine una “restituzione” del diritto alla salute dei pazienti socialmente più deboli.



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