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Il prezzo della guerra

  • Immagine del redattore: PGUxSP
    PGUxSP
  • 23 giu 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

di Moreno Caporalini


Innanzitutto, permettetemi di ringraziarvi per questo incontro e per il vostro impegno. Ritengo sia utile – tutt’altro che una perdita di tempo – trovarsi a riflettere insieme sulla guerra, evitando che l’argomento rimanga confinato ai soli servizi giornalistici o ai frammenti che rimbalzano sui social. Vi ringrazio, soprattutto, perché questa volta ho qualcosa da raccontare, quando sono in Italia come in questi giorni, agli amici e alle amiche che mi chiamano da Ramallah, da Nablus, da Gerusalemme – da Gaza non è più possibile!

Mi chiedono: "Cosa state facendo in Italia rispetto a ciò che accade qui? Cosa pensa la gente? Perché i governi europei, quello italiano in particolare, non si fanno sentire?" Oggi posso dire loro che ne abbiamo parlato insieme, e non è cosa da poco.

Spesso mi sono chiesto cosa significhi testimoniare da un luogo in cui il conflitto è in corso, dove gli eventi non li leggi nei giornali, ma li incontri per strada, nei racconti delle persone che li hanno vissuti, magari nella loro famiglia o tra amici. Raccontare la guerra è molto difficile. Quando ci sei dentro – e vale non solo per me come testimone, ma anche per chi è coinvolto direttamente – capisci le sue conseguenze solo quando ti colpiscono in prima persona, spesso in modo inaspettato. Pensi sempre che capiti agli altri, anche se ti trovi sotto i bombardamenti, come quella donna di Gaza che mi è rimasta negli occhi: scappava tenendo per mano una bambina, forse sua figlia, attraversando cumuli di macerie, diretta verso altri cumuli, guardando in alto, sperando che i missili non colpissero proprio loro, ancora una volta.

Ho provato a immaginare come cambia la vita quotidiana e la prospettiva del futuro per chi si trova immerso nel conflitto, non solo nella devastata Striscia di Gaza, ma anche nel resto della Palestina, dove gli effetti della guerra sono ugualmente pesanti, sebbene meno visibili.

Comincio dal punto di vista di una ragazza, una bambina che va a scuola. Per il progetto che dirigo, c’è stato un incontro online tra una scuola di Hawara – cittadina vicino Nablus, duramente colpita – e una scuola di una città umbra. Un’ora di dialogo tra ragazzine palestinesi e coetanei italiani.

Mi sono chiesto come sia cambiata la sua vita in questi mesi. La frequenza scolastica è diventata discontinua, spesso sostituita dalla didattica a distanza. Le lezioni si seguono da casa, magari in quattro o cinque con un solo dispositivo. Le uscite con le amiche, le cugine, i parenti, non sono più possibili: uscire è pericoloso. I coloni, spesso armati, presidiano le strade, anche in città. Alcuni giovani sono stati uccisi, altri umiliati in tutte le forme possibili. Anche in casa, le risorse economiche – già scarse – si sono ridotte drasticamente, a causa di una disoccupazione che ha superato il 50%. Difficile comprarsi le scarpe, un vestito o mangiare regolarmente.

Eppure, queste ragazze continuano a parlare del loro futuro: vogliono diventare ingegnere, infermiere, dentiste, giornaliste. La guerra, però, cambia la percezione del futuro. Cambia i legami affettivi, la fiducia, le ambizioni. E il sogno di vedere il mare, un tempo già molto lontano, oggi è davvero impossibile.

La guerra cambia anche il quotidiano di chi lavora. Immaginate un trasportatore che si sposta da Ramallah a Nablus o a Jenin: già prima, muoversi tra città palestinesi significava affrontare strade più lunghe rispetto a quelle degli occupanti, fermarsi ai checkpoint, subire perquisizioni, attese interminabili. Oggi, con 740 checkpoint attivi, distanti anche solo 4 o 5 km tra loro, tragitti di 10 km possono richiedere fino a cinque ore. E non si tratta solo di ritardi: ci si può imbattere nei coloni (civili armati) che decidono se puoi passare o no, anche minacciando di sparare.

La guerra limita anche l’accesso alla sanità. Un appuntamento medico può diventare un’odissea: non sai  se potrai arrivare o portare in tempo un tuo congiunto,  se troverai il medico, se ci saranno medicinali o strumenti, o se saranno stati bloccati ai confini.

E l’ambiente? I veicoli militari producono inquinamento acustico e atmosferico, gli uliveti vengono bruciati o restano incolti, i giardini abbandonati. La raccolta dei rifiuti è spesso sospesa: discariche chiuse, spazzatura bruciata per strada. Il progetto che coordino con i comuni del Trasimeno, Anci Umbria e 21 comuni palestinesi, per migliorare la gestione dei rifiuti, è oggi bloccato o ridotto al minimo.

La vita delle amministrazioni locali è sconvolta: circa 500 autorità locali palestinesi, Municipalità o Consigli di villaggio democraticamente eletti, devono fronteggiare blackout elettrici, carenza d’acqua, rifiuti non raccolti, cittadini disoccupati e affamati. I progetti su scuole, strade, giardini, energie alternative passano in secondo piano: le risorse si usano per aiutare chi non ha più nulla.

Nel frattempo, in Cisgiordania, tra Gerusalemme e Jenin, il conflitto ha causato oltre 1.000 morti in due anni, 3.500 arresti, 12.000 feriti, 50.000 profughi. Ha distrutto tante comunità locali e ridotto a prigioni le grandi città, frustrato le opportunità di sviluppo, cancellato la speranza. E ha prodotto un effetto devastante: la rassegnazione. L’idea che: Ishallah "sarà quel che Dio vorrà", perché chi potrebbe aiutare o intervenire avendone il potere, non lo fa.

Questo senso di abbandono si avverte anche in Israele, dove la popolazione vive nella paura, nell’aggressività, nella tensione costante. Ragazzi richiamati al servizio militare interrompono studi e lavoro. Non si contesta più, non si pensa: si obbedisce. Anche la società israeliana è bloccata, impaurita, incapace di trovare una via d’uscita.

Il prezzo della guerra è anche l’incapacità di immaginare un dopo. Senza una prospettiva, senza una fine, tutto diventa insostenibile. In Medio Oriente, purtroppo, i conflitti non finiscono mai: non si riesce a ricominciare.

Infine, la devastazione: oltre 50.000 morti a Gaza, in gran parte donne e bambini. Migliaia di cadaveri sotto le macerie. 6.000 bambini senza identità, senza famiglia, troppo piccoli per ricordare chi sono. A rischio di finire vittime del traffico di esseri umani o organi. Le infrastrutture non esistono più.

E le donne pagano il prezzo più alto: corrono per salvare i figli, lottano per nutrirli, curare i malati, assistere i mutilati. Subiscono violenze indicibili, che nessuno racconta.

Questa è la mia testimonianza. E voglio concludere con una convinzione: non è vero che non possiamo fare nulla. Raccontare è già importante. Continuare i progetti di cooperazione, essere più reattivi, chiedere ai nostri governi di non voltarsi dall’altra parte. Dobbiamo immaginare come aiutare gli studenti di Awara, chi lavora, chi amministra i comuni senza risorse, e questi 6.000 bambini senza nome. Restituire loro un’identità, e con essa – mi auguro – anche una dignità.

La parola chiave è fare rete.

Vi ringrazio.

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