Salute mentale e sanità pubblica
- PGUxSP

- 9 mag 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Francesco Scotti
Quando ho deciso che oggi avrei dovuto dire qualcosa mi è venuto in mente che sarebbe stato opportuno trovare uno slogan che impressionasse e incitasse. Mi sono chiesto cosa avrebbe potuto dire Garibaldi in una simile situazione (la modestia non è il mio forte).
Avrebbe forse detto: “Qui si fa la sanità pubblica o si muore”. Ma ho capito che era più che una battuta: era terribilmente vera. Perché senza sanità pubblica si muore; e non solo muore chi non ha i soldi per rivolgersi alla sanità privata, ma chiunque ha bisogno di una presa in carico che il mercato non offre. Si potrebbe dire: in questo caso anche i ricchi piangono.
Come forse qualcuno di voi sa mi sono occupato di psichiatria e di salute mentale negli ultimi sessant’anni. Vi posso assicurare che non esiste una psichiatria privata che possa sostituire quella pubblica con pari sicurezza e pari efficacia. Se qualcuno dice che molti casi, di disturbi mentali gravi, non sono curabili, mente: dovrebbe dire che molti casi non vengono curati e non ci sono le condizioni per curarli perché solo una efficiente sanità pubblica può costruirle. Si tratta di trattamenti di lunga durata che richiedono un lavoro di gruppo multi professionale e una integrazione tra sanitario e sociale a cui abbiamo detto addio da molto tempo.
Da questo punto di vista la situazione della cura psichiatrica è tipica: vale non solo per una categoria di malati ma per molte altre forme di sofferenza. Ci troviamo in circostanze analoghe, ad esempio, a quelle che troviamo in tutto il campo della cronicità (sarebbe meglio parlare di situazioni con bisogno di lunga assistenza) e in altri campi come quello delle dipendenze, che qui è stato trascurato.
Fin ad ora ho parlato di psichiatria. Ma vi chiederete: che c’entra la psichiatria con la salute mentale? Certamente quando parliamo di benessere psicologico facciamo riferimento a situazioni che vanno ben oltre quelle di stretta competenza psichiatrica. Ora però stiamo correndo il rischio, a causa dell’orientamento che ha preso la medicina, che ogni sofferenza umana, di qualunque natura e origine, venga trasformata in un bisogno psichiatrico e come tale trattato. Assistiamo all’uso sempre più esteso, fino a un vero e proprio abuso, di psicofarmaci per far fronte a qualunque sofferenza; c’è ad esempio una espansione inappropriata degli antidepressivi. Qui il dott. Bucaneve ha sottolineato con forza come la medicina moderna sia ammalata di inappropriatezza sia per quanto riguarda gli esami diagnostici che le prescrizioni terapeutiche. Aggiungo che è un esempio eclatante di inappropriatezza il fare uso di psicofarmaci per curare la sofferenza provocata dalle situazioni lavorative, sempre più caratterizzate da sfruttamento e da mancanza di attenzione alla sicurezza.
Il professor Volpi ricordava che si è parlato della salute come bene comune. Bene comune vuol dire che è un bene che riguarda tutti, sani o malati, ed è augurabile che i cittadini non si sentano solo clienti o utenti di un servizio, ma anche responsabili della sua difesa. In particolare la partecipazione di tutti alla realizzazione di un progetto di salute mentale non è solo una manifestazione astratta di democrazia (partecipare è un sacco bello) ma è una necessità per raggiungere, proprio nel campo della salute mentale, risultati che altrimenti sarebbero impossibili. La partecipazione è già una modalità per contribuire alla salute mentale.
Mi permetterete ora una autorecensione di “Psichiatria e democrazia”.
Cinquanta anni fa Carlo Brutti e io scrivevamo “Psichiatria e democrazia”. Non avrei allora potuto immaginare che, dopo 50 anni, si dovesse far ricorso alla stessa formula perché, ora come allora, siamo chiamati a difendere sia la democrazia che la psichiatria e a mostrare gli stretti legami che esistono tra i due impegni. Il libro mostrava, portando sulla scena italiana per la prima volta l’esperienza antimanicomiale di Perugia, il ruolo fondamentale della politica nello scoprire lo scandalo del manicomio e come questa istituzione fosse un attacco alla democrazia.
Grazie ai cambiamenti radicali della pratica terapeutica anche la salute mentale diventava un bene comune, molto prima che la riforma sanitaria rendesse universalmente praticabile ed esigibile questa caratteristica. Il titolo fu imposto dall’editore, De Donato di Bari, che in tal modo caratterizzò l’originalità dell’esperienza perugina di nuova psichiatria.
Sembrava che un colpo definitivo fosse oramai stato dato ad una pratica umiliante e dannosa, frutto di una cultura reazionaria. Tanto che un Assessore alla sanità della neonata Regione poté dire: “Bravi ragazzi, avete assunto responsabilità più vaste di quelle abitualmente attribuite a professionisti, avete difeso i diritti dei cittadini entrando profondamente nella comunità. Adesso potete tornare al vostro specifico lavoro di cura”. Bisogna dire che questo invito è stato seguito a lungo in Umbria. Ma ora, e non da poco, tutto sta scricchiolando per cui occorre un nuovo impegno di Psichiatra e Democrazia.
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